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Riflessioni di un genitore sull'autismo

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Messaggio Da mborghese Dom Giu 13, 2010 10:32 pm

Cara Gabriella,
dopo più di venti anni di lavoro in questo campo, credo di poter affermare che alla fine si può lavorare bene guardando al di là delle istituzioni (spesso o quasi sempre latitanti nel produrre qualcosa di veramente utile), al di là delle diatribe ispirate dall'appartenenza ad una categoria anzichè a un'altra (medici, terapisti, insegnanti, insegnanti di sostegno, educatori...), al di là dell'operare nel privato o nel pubblico, al di là del vivere al nord, al centro, al sud... insomma al di là di schemi precostituiti, e lavorare bene in qualità di appartenenti al partito trasversale di coloro i quali ci mettono amore, impegno, dedizione e professionalità. Questo significa, tra l'altro, pensare innanzitutto a ciò che bisogna fare in prima persona ancor prima di chiedere, aspettarsi dagli altri, reclamare, pensare che le cosiddette istituzioni diano e facciano...
Ammiro molto la carica, l'amore e la convinzione che lei mette nel lavoro (e nella gestione stessa di questo forum), caratteristiche comuni ad altre professioniste che scrivono e partecipano ai confronti; caratteristiche nelle quali mi riconosco e condivido pienamente.
Con stima.
Massimo
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Riflessioni di un genitore sull'autismo - Pagina 2 Empty Re: Riflessioni di un genitore sull'autismo

Messaggio Da Ospite Lun Giu 14, 2010 12:30 pm

Riflessioni di un genitore sull'autismo - Pagina 2 Lupo_b10
Chidete a questa brava gente quanto costa avere questo palliativo.
Specialmente se a intervenire è il Professore (di che cosa?)

Autismo

Se ce alterazioni riscontrate nel sistema nervoso centrale, se da un lato confermano definitivamente l’origine neuro-biologica dell’Autismo, dall’altro non danno adito per ora a speranze di terapie mediche rivolte a curarne le cause, ne esiste un farmaco che sia in grado di curare.
Nonostante ciò, moltissimi professionisti imbroglioni e truffatori per avere più visibilità sono presenti in tutti i siti, forum, editoria e organizzazioni non profit che in qualche modo trattano la disabilità.
Promettono l'impossibile, inducendo tante povere famiglie a seguirli per poi impossessarsi dei loro soldi e possibilmente anche quelli del Servizio Sanitario Nazionale.
Questi cialtroni approfittano dell'umano desiderio, dell'umana credulità di tanti genitori non "avveduti e informati" di cercare la migliore terapia possibile per il proprio figlio.

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Messaggio Da Sumat Lun Giu 14, 2010 12:40 pm

Sig. Felaco ci parli della sua esperienza personale, lei come aiuta suo figlio? Grazie.
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Messaggio Da Ospite Mer Giu 16, 2010 1:35 pm

Riflessioni di un genitore sull'autismo - Pagina 2 Nuoto10
+ sport - terapia = La sport terapia

SPORT E HANDICAP
Prof. Giulio Tarro



Dalla riabilitazione all’agonismo

Lo sport è un elemento fondamentale nella vita di tutte le persone, siano esse disabili o normodotate, è il mezzo che ci permette di capire i valori più profondi e significativi della vita. I disabili, forse ancora di più che i normodotati, hanno bisogno dello sport come elemento trainante della loro vita. Tuttavia questo concetto si sta realizzando lentamente, anche se guardando indietro nel tempo, ci accorgiamo che molta strada è stata fatta in questo campo.
La prima esperienza di sport per handicappati risale al 1948, quando in Gran Bretagna, e più precisamente al Centro di Stoke Mandeville, Sir Ludwing Guttman introduce il tiro con l'arco come attività sportiva per paraplegici. Qualche anno dopo in Italia, presso il Centro Paraplegici di Ostia, iniziano le prime esperienze del settore coordinate dal dottore Antonio Maglio, che può, quindi, essere considerato il fondatore dello sport per handicappati nel nostro Paese. Merito del dottore Antonio Maglio è l’identificazione di un nuovo ruolo dello sport per l’handicappato. Fino ad allora, infatti, l’attività fisica era stata legata al problema dell’handicap come mero momento di riabilitazione o di terapia. Con la identificazione, invece, di discipline sportive destinate ad essere praticate da handicappati, viene rivalutato il concetto di agonismo visto come un momento eccezionale per il recupero del disabile, come mezzo di rivalsa e di riscatto sociale.
Per ogni individuo la pratica dello sport ha un significato di “salute”, inteso per alcuni come mantenimento del proprio stato di benessere psicofisico, per altri ancora di raggiungimento e superamento dei propri limiti con conseguente sensazione di soddisfazione e per altri ancora di rivincita e di gare continua con se stessi e con gli altri. Probabilmente ci sono ancora mille altri motivi per i quali ognuno tende a praticare un’attività sportiva. Anche quelli dell’aggregazione, del condividere con altri le difficoltà e i successi, così come quelli di divertimento e di riavvicinamento alla natura. Per le persone normodotate le valenze dello sport sono innumerevoli e si estrinsecano ad ogni età: per i giovanissimi, che apprendono delle capacità motorie, imparano ad essere più sicuri e più sciolti; per i giovani, che, potendo eseguire delle scelte sportive, si misurano con le proprie abilità affrontando esperienze di diverso tipo; per gli adulti, che mantengono una certa elasticità fisica, una discreta forza muscolare liberandosi dallo stress quotidiano; per gli anziani, che, nello svolgere attività più mirate ed armoniose, prevengono inutili limitazioni articolari e muscolari, oltre ad essere un importante momento di socializzazione. L’attività sportiva dovrebbe quindi trovare un giusto spazio in ogni fase della vita e dovrebbe soprattutto far parte di un modello culturale rivolto più alla conoscenza del proprio corpo e delle proprie capacità, piuttosto che riferito a modelli irraggiungibili d’idoli sportivi da emulare a tutti i costi rischiando così gravi danni motori e disabilità,.
Questo, tra l’altro, significa che deve essere posta maggiore attenzione all’insegnamento della attività ginnico-sportiva, cominciando ad insegnarla nell’età scolastica in modo serio. Tutte le attività dovrebbero essere potenziate rispetto al modo in cui sono svolte, puntando ad un’educazione motoria come momento di scoperta del proprio corpo ed al benessere psicofisico che ne deriva e bisognerebbe riuscire ad instaurare un giusto grado di competitività che non sia sinonimo di vincita, di sopraffazione sugli altri e di superamento dei limiti di sicurezza, di prevenzione e di soddisfazione personale. E’ quindi necessario un radicale cambiamento culturale che deve intervenire per migliorare l’esecuzione della pratica sportiva. Ed è all’interno di questo cambiamento culturale che si colloca l’attività sportiva per le persone disabili.
Se sosteniamo che lo sport è salute per tutti gli individui, ciò significa che lo è anche per le persone che hanno diverse disabilità: motorie, sensoriali e psichiche. Verrebbe da dire “a maggior ragione” è salute per tutte quelle persone che, avendo dei limiti di diverso tipo e natura, necessitano di tutta una serie di attenzioni che consenta loro non solo di applicare una disciplina sportiva, ma anche di migliorare le proprie condizioni fisiche e sociali. Ecco che diventa indispensabile parlare in modo particolare di sport per le persone disabili, suddividendo l’argomento in due parti: la sport-terapia e lo sport come attività agonistica. In entrambi i casi va chiarito che non si tratta di attuare delle terapie sul genere di quelle di mantenimento (ancora molto in uso oggi), ma di avviare in modo serio e finalizzato, secondo il tipo di disabilità, alla pratica sportiva ogni persona con qualsiasi tipo di disabilità.
La sport-terapia ha due momenti diversi: l’inserimento dell’attività all’interno di protocolli riabilitativi e l’avviamento allo sport e alla ginnastica sportiva in palestre. La sport-terapia trova spazio all’interno di diversi protocolli riabilitativi per diverse persone con disabilità da qualunque causa perché ha degli scopi ben precisi quali migliorare le capacità motorie o di movimento; migliorare le capacità sensoriali; migliorare il gesto fisico; migliorare la coordinazione dei movimenti; favorire l’aggregazione ed i rapporti sociali; stimolare la persona ad affrontare le difficoltà; contribuire alla costruzione o alla ricostruzione della propria identità. Generalmente le discipline che possono essere utilizzate nella sport-terapia sono: corsa e ginkana, nuoto, palla, pallacanestro, pallavolo, tennis-tavolo, birilli e bocce, tiro con l’arco, hockey, ippica. Discipline praticate in piedi o seduti in carrozzina secondo le difficoltà presenti di tipo motorio. Per ognuna di queste discipline sportive si possono individuare alcune serie di esercizi preparatori o comunque esercizi di base che consentono di realizzare gli scopi di cui sopra e di ottenere quindi un miglioramento generale nell’esecuzione dei movimenti. Si tratta quindi di sfruttare degli esercizi che favoriscono delle capacità, non di insegnare una pratica sportiva, seppur si tratti di esercizi sportivi, generalmente più finalizzati e più stimolanti per l’utente che li deve praticare.
Gli obbiettivi che si prefigge la sport-terapia come avviamento allo sport sono simili a quelli presentati nel punto precedente per quanto riguarda l’attività riabilitativa. La differenza sta nel fatto che in questo caso le persone scelgono l’attività sportiva per motivi diversi: per migliorarsi, per stare con gli altri, per svolgere della ginnastica, per seguire un proprio bisogno di competitività ecc. Quindi la differenza tra il primo ed il secondo punto è che nel primo si tratta di un impostazione terapeutica del lavoro riabilitativo, mentre nel secondo punto vi è sicuramente un’attenzione riabilitativa, ma già finalizzata allo svolgimento di una pratica sportiva.
Molte sono oggi le persone disabili che vogliono praticare sport in senso agonistico e molte sono le società sportive che sono nate spontaneamente per garantire la pratica dello sport. Purtroppo gli spazi, le risorse economiche e di personale non crescono in parallelo alla richiesta di fare sport da parte delle persone disabili. Il fatto stesso che le società sportive si basino sulla disponibilità e sulla buona volontà delle persone non è sicuramente garanzia di continuità e di evoluzione della pratica sportiva.
L'importanza di incrementare l'attività sportiva per le persone disabili ha diversi significati: la realizzazione di un'attività salutare e positiva anche per gli aspetti di aggregazione sociale e per le nuove esperienze che si è chiamati a compiere; il raggiungimento di risultati agonistici, che ricompensano di tutta la fatica fisica e psichica (si pensi alla tensione prima di una gara) e di tutte le difficoltà affrontate; l'affermazione dello sport per le persone disabili non più ritenuto come qualcosa di terapeutico o di particolare data la condizione, ma con un completo riconoscimento dell'attività sportiva ed agonistica.


Per una definizione di Handicap

Una riflessione sul rapporto tra handicap e sport necessita di un, se pur sintetico, accenno al concetto di handicap. Le parole sono strumenti delicati, magici, potenti e possono divenire pericolose soprattutto quando il loro uso impreciso ed equivoco costituisce lo specchio di un temuto riferimento a fenomeni che nella mentalità comune esprimono la “diversità” che si vuole esorcizzare. Tutto questo risulta ancora più vero se si affronta la storia legata alla parola handicap, una storia fatta di frammenti staccati, tanti quanti sono coloro che l'hanno incontrata.
L'espressione handicap indica una fenomenologia molto vasta i cui confini sono incerti; è tuttavia possibile riuscire a rintracciare una correlazione tra una visione dominante, tra Weltanschauung prevalente in un determinato periodo storico e caratterizzazioni, attribuzioni simboliche, significati della parola handicap. L'universo che ruota attorno alla parola è tale perché coloro che condividono lo stesso ambiente sociale vivono e pensano una certa vita, hanno cioè un determinato modo di vivere e di pensare: handicap, handicappato, quindi, come referente simbolico che occupa una posizione chiave nel tessuto culturale del tempo e diventa indicatore delle idee cardine della società che lo utilizza.
Ripercorrendo brevemente la storia dell'uomo, ritroviamo l'handicap quale risultato di una maledizione divina o come invasamento del demonio, così come ci viene proposto in modo ricorrente dal Vecchio Testamento in cui anche la lebbra è ricordata come castigo inflitto da Dio.
Ancora, nel Medioevo i folli, gli storpi, i ciechi, gli stolti, i reietti diventano fenomeno sociale e non sono sottoposti al meccanismo della esclusione dal momento che assumono una loro precisa funzione nel processo della convivenza medioevale: il mistero e il religioso di cui era intrisa la società medioevale arricchiva le carenze della natura di significati metafisici, simbolici.
Ma ben presto, sotto la spinta di imperativi di funzionalità dettati dalla trasformazione del processo produttivo, le valenze positive di cui l'handicap era stato caricato vengono meno e il disgraziato fisico, il folle sono sempre più spesso accostati, accomunati al povero e tutti insieme considerati elemento di colpevole disordine. Fra gli handicap entra a pieno titolo, assieme alla follia e ai difetti fisici, la povertà: i miserabili saranno assistiti, ma l'assistenza diventa un antidoto al disordine, che nel ricondurre tutto nei limiti di un ordine socialmente accettabile finisce con l'alimentare l'uso dell'internamento, con il circoscrivere, nascondere. Gli handicappati, quindi, diventano buoni o cattivi a seconda della buona o cattiva grazia con cui accettano l'internamento e le direttive delle istituzioni laiche o religiose preposte al loro “aiuto”.
Man mano che si passa dal XVIII al XIX secolo, si procede in un processo di spoliazione dei significati che avevano fatto sì che gli handicappati rappresentassero una componente della dialettica etico-religiosa e si fanno strada criteri più “sofisticati” che selezionano la diversità ammassata e internata negli spazi ad essa deputati. La valorizzazione della forza lavoro come investimento produttivo porta a una distinzione che è ancora oggi presente nella mentalità del nostro tempo. L'internamento viene considerato con minore favore soprattutto per i disoccupati e costituisce l'ultima possibilità anche per il malato indigente e per l'handicappato che sarà assistito in famiglia. Da questo momento, grazie anche ai progressi della scienza e ai successi della medicina, la correlazione tra handicap e malattia come dato biologico e naturale è automatica, con tutto il suo rosario di vergogne, paure, inganni, divisioni, esclusioni.
Da questo rapidissimo tuffo nella storia dell'handicap emerge il motivo per cui diventa necessaria e strategica una definizione di un concetto così largamente aspecifico e riassuntivo di difetti fisici, psichici e sensoriali, al fine di cercare una maggiore chiarezza in un groviglio di problemi dominati da una attitudine sociale alla generalizzazione, alla enfatizzazione e alla confusione.
Far ricorso a eufemismi, a circonlocuzioni, a termini più sfumati che non alludono al difetto, che addolciscono il danno, se da un lato aiuta a superare antichi pregiudizi culturali o perlomeno a rimuoverli, dall'altro attenua, confonde e talvolta cancella la funzione di segnale esplicito e non eludibile che una definizione deve in se stessa riassumere e saper evidenziare ogni qualvolta la si adoperi.
Non per il gusto di un semplice esercizio semantico, la questione terminologica, in questo terreno irto di difficoltà, si è rivelata di importanza fondamentale dal momento che una riflessione attenta su cosa si intende comunemente per handicap avrebbe potuto evitare le storture e le ingiustificate disparità che si sono venute a creare e che sono ancora presenti nel sistema di leggi e provvidenze in favore dei soggetti disabili. E' interessante rintracciare innanzitutto l'etimologia del termine handicap e i molteplici significati assunti nel tempo.
Il vocabolo è di origine irlandese. I mercanti di cavalli usavano mettere il loro denaro nel berretto. Per loro mettere la mano nel berretto (hand in cap) voleva dire: mercato concluso. Questa "mano nel berretto" è divenuto in seguito un gioco d'azzardo. Sui campi da corsa, durante i momenti vuoti, tre giocatori mettevano in un berretto ciascuno una somma uguale, si tirava a sorte e chi vinceva portava via tutto. Questo secondo significato, citato tanto da Pierre Larousse che da Emile Littré (Dictionnaire de la langue francáise, 1877), viene dato come etimologia del vocabolo.
Il terzo significato riguarda le corse di cavalli e si passa dal secondo al terzo per il fatto di avere uguali probabilità di vittoria. Littré scrive: "Tipo di corse in cui la distanza e i pesi non sono indicati se non dopo l'entrata". L'handicap ha come finalità quella di pareggiare le probabilità dei concorrenti, equilibrando i pesi in modo che il cavallo peggiore abbia tante probabilità di vincere la corsa quante il migliore. Pierre Larousse (1873) racconta di una corsa dove gli handicap erano così ben calcolati che i cavalli hanno corso per ben quattro volte senza riuscire a distanziarsi. Di fronte alla fatica dei cavalli, i proprietari si misero d'accordo per stabilire un vincitore e tale fu dichiarato il concorrente più handicappato, cioè il più appesantito. Con questo terzo significato il vocabolo handicap è impiegato anche nel caso delle corse ciclistiche. Dopo il "mercato concluso", il gioco d'azzardo e la corsa dei cavalli, esiste un quarto significato del vocabolo handicap, che riguarda uno sport sconosciuto sia a Larousse sia a Littré: il golf, sviluppatosi a livello internazionale soltanto nel XX secolo. Nel golf i differenti modi di calcolo dell'handicap hanno tutti come scopo ultimo quello di neutralizzare i fattori legati alla situazione, in modo da caratterizzare ogni giocatore attraverso un numero di colpi fisso per tutti i percorsi effettuati in un certo periodo di tempo.La neutralizzazione della situazione avviene attraverso calcoli di medie e non vi è mai un "handicappatore" incaricato di fissare gli handicap prima di una particolare competizione. L'handicap è quindi conosciuto prima dell'inizio della gara per cui è necessario considerare in modo autonomo questo quarto uso del vocabolo handicap. Con il quarto significato il vocabolo handicap viene impiegato anche per le corse nautiche (stazza di corsa o rating). Se osserviamo con uno sguardo d'insieme tutti e quattro i significati del termine handicap, troviamo prima il denaro, poi la parità di probabilità attraverso il tirare a sorte, quindi la parità di probabilità attraverso una differenza quantificabile (pesi, distanza, numero dei colpi). Dobbiamo infine constatare l'assenza di handicap negli sport di squadra. L'handicap è quindi fondamentalmente individualista. Così per lungo tempo il termine handicappato ha evocato una situazione che viene riferita unicamente al soggetto: handicap, handicappato, portatore di handicap assumono, spesso anche nei documenti ufficiali, distorsioni concettuali che hanno indotto l'uso scorretto di questa parola favorendo le premesse di concetti, di atteggiamenti ostili, di comportamenti errati, quali ad esempio la medicalizzazione di un problema squisitamente relazionale e pedagogico o ancora l'automatismo del far coincidere l'handicappato con il disabile, l'invalidità con l'handicap.
Parlando di handicap non dovremo dimenticare il significato originario del termine che porta all'annullamento dell'handicap stesso nel senso di indirizzare le energie per ristabilire le pari opportunità, dare a ognuno le stesse chance. Assumere tale posizione vuol dire innanzitutto considerare l'handicap non riferibile unicamente alla persona, quanto piuttosto a una relazione, a una situazione nelle quali vi è un dislivello spesso insuperabile tra domanda di prestazione e capacità di risposta. Questo vuol dire pensare l'handicap come risultante dinamica tra i condizionamenti psicofisici e le contraddizioni sociali. Da una minorazione non necessariamente deriva l'handicap; dalla minorazione può derivare disabilità che tuttavia non è in se stessa fonte di handicap. Soltanto quando la persona con minorazione e/o disabilità si trova in una situazione relazionale o in una situazione in cui la richiesta di prestazioni è tale per cui non è possibile dare risposta si viene a creare una condizione di handicap. Eppure il concetto che vede nell'handicap una realtà dinamica, in movimento non è immediata perché il pregiudizio della immodificabilità, la concezione che vede nell'handicap una realtà fissa, caratterizzata dalla immutabilità sono duri a morire.
Per cercare di ovviare a questo problema l'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha messo a punto una classificazione internazionale, l'International Classification of Impairments, Disabilities and Handicaps (ICIDH), basata su tre fattori tra loro interagenti e interdipendenti: la menomazione, la disabilità e lo svantaggio. Questa triplice articolazione mira a rendere definibili separatamente, ma in modo coordinato e in forma consequenziale, gli aspetti che di norma ricorrono in un processo invalidante e precisamente: - la menomazione, come danno organico e/o funzionale; - la disabilità, come perdita di capacità operativa subentrata nella persona a causa della o delle menomazioni; - lo svantaggio, al quale soltanto potrebbe a rigore applicarsi il termine inglese di handicap come difficoltà che il menomato e/o il disabile subisce nel confronto esistenziale con gli altri e nella realizzazione del ruolo sociale cui, in stato di normalità, avrebbe ragione di aspirare.
Questa classificazione dell'Oms sulle conseguenze delle malattie vuole essere soprattutto uno strumento culturale e operativo volto a promuovere un valido riscontro e una accettabile registrazione delle menomazioni e dei conseguenti stati di disabilità e di svantaggio esistenziale. Rivolgere l'attenzione alle conseguenze delle patologie e sulle loro interdipendenze consente di sgombrare il campo dal vecchio armamentario clinico per focalizzarsi sul recupero mirato e individuale delle potenzialità esistenti sia a livello di menomazioni sia, soprattutto, di disabilità e handicap. E' nota, inoltre, la necessità di disporre non solo di adeguati dati statistici sul fenomeno per una corretta valutazione dei bisogni a livello sociosanitario e per la programmazione di interventi realmente efficaci, ma anche, se non soprattutto, di rilevazioni capaci di andare al di là di una semplice oggettivazione fondata sulle rilevazioni biomediche.



La pratica sportiva, con le sue positive, in qualche caso eccezionali, ricadute in termini di salute, deve essere vista come una vera e propria forma di medicina preventiva e come tale dovrebbe essere considerata dalle autorità sanitarie e politiche del nostro paese. In altre nazioni questa considerazione ha determinato clamorose iniziative legislative; come nei paesi scandinavi dove gli anziani e per i portatori di handicap possono detrarre dalla dichiarazione dei redditi gran parte delle spese connesse alle attività sportive. In Italia, invece, (dove lo sport viene letto come mero “piacere” e quindi non degno del sostegno statale) ancora poco viene fatto su questo versante anche se sono non poche le iniziative per promuovere gli aspetti riabilitativi e intrinsecamente terapeutici dello sport.
Sport, quindi, come momento di cura, ma anche momento di amicizia, esperienza di festa. Sport come situazione in cui si sperimenta il confronto con l'altro e con i propri limiti, si apprende il rispetto delle regole ed il gusto dell'impegno. Sport come strumento di prevenzione, capace di richiamare l'attenzione delle persone, di aggregarle, di far acquisire una dimensione non alienante al loro tempo libero. Sport come attività che reca in sé una carica straordinaria e affascinante di umanità, di gratuità, di conquista, di coraggio, di pazienza, diventando avventura che riempie di segni, di obiettivi, di speranza.
Mi sia consentito a questo punto terminare questa relazione con una citazione: "Tutte le parti del corpo che hanno una funzione, se usate con moderazione ed esercitate nell'attività alla quale sono deputate, diventano più sane, ben sviluppate ed invecchieranno più lentamente; ma se non saranno usate e lasciate inattive, queste diventeranno facili ad ammalarsi, difettose nella crescita ed invecchieranno precocemente " L'importanza di queste parole sta nel fatto che furono pronunciate da Ippocrate, il "padre della Medicina" vissuto circa 2500 anni fa; già nell'Antica Grecia erano noti questi concetti, non per nulla furono i Greci ad inventare i Giochi Olimpici.


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Messaggio Da Ospite Lun Giu 28, 2010 9:31 pm

Dopo anni sono riuscito finalmente ad avere grandi soddisfazioni economiche. Io amo il mio lavoro e dedico tutte le mie giornate ad aumentare clienti. Mi sento voluto bene ed è veramente tanto quello che riescono a darmi: più di €80 a terapia, considerate quanto possa pesare sui bilanci delle famiglie se poi sono terapie intensive.




Ultima modifica di America francesco il Mer Giu 30, 2010 9:31 am - modificato 2 volte.

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Messaggio Da mborghese Lun Giu 28, 2010 11:17 pm

Se avessi tempo da perdere come lo hanno i franchi tiratori che senza nemmeno possedere gli attributi per firmarsi col nome vero, sanno soltanto vomitare rabbia e calunnie, procederei anche per vie legali, considerata pure l'inesattezza delle affermazioni (sono cifre non corrispondenti al vero). Mi limito a lasciarli cuocere nella loro stessa bile marcia rigurgitata da un fegato roso dalla rabbia e -evidentemente- dall'invidia.
Massimo Borghese (firmato col mio vero nome; io anche questo coraggio ce l'ho...).
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Messaggio Da Maestra Gabriella Mar Giu 29, 2010 6:22 am

... mi permetto solo di dire :

io AMO il mio lavoro e lo faccio con PASSIONE e DEDIZIONE ... ma sinceramente e senza ipocrisia se non avessi una retribuizione che mi permettesse di vivere in modo dignitoso , molto probabilmente avrei cambiato lavoro ...
E' normale che uno specialista si faccia pagare, come è normale che una insegnante percepisca uno stipendio ...

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Messaggio Da mborghese Mar Giu 29, 2010 7:31 am

Cara Gabriella,
il problema di fondo è che certi interventi (peraltro "coraggiosamente" non firmati ma coperti da pseudonimi) non vengono ispirati da un intento basato sul confronto e sul civile dibattito dove anche una divergenza di opinioni (come accaduto ad esempio anche fra noi in tema di metodiche verbali e non verbali)può contrubuire utilmente a stimolare idee e riflessioni, ma sono ispirati dall'unico intento di denigrare e infangare, ricorrendo oltretutto a notizie inesatte (come sempre accade nella calunnia) quali ad esempio gli importi delle parcelle. Non è un dettaglio di poco conto, ma lo specchio della goffa quanto maligna volontà di screditare a tutti i costi un professionista che, evidentemente, se affermato e richiesto (non imposto, ma richiesto, e questo fa una bella differenza) non può essere un ciarlatano speculatore, altrimenti dovremmo dedurre che tutti gli utenti d'Italia e d'Europa che vi si rivolgono, sarebbero dei visionari inclini alla voglia di essere presi in giro. Ma questo è già un altro discorso, che è già oltre la semplice constatazione leggibile nell'ultima frase della mia intervista...
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Messaggio Da Ospite Mer Giu 30, 2010 1:29 pm

AUTISMO:perché credere
Riflessioni di un genitore sull'autismo - Pagina 2 Luna-n10


Se le alterazioni riscontrate nel sistema nervoso centrale, confermano definitivamente l’origine neuro-biologica dell’Autismo, non danno adito per ora a speranze di terapie mediche rivolte a curarne le cause, ne esiste un farmaco che sia in grado di curare.
Nonostante ciò, moltissimi professionisti imbroglioni e truffatori per avere più visibilità sono presenti in tutti i siti, forum, editoria e organizzazioni non profit che in qualche modo trattano la disabilità.
Promettono l'impossibile, inducendo tante povere famiglie a seguirli per poi impossessarsi dei loro soldi e possibilmente anche quelli del Servizio Sanitario Nazionale.
Questi cialtroni approfittano dell'umano desiderio, dell'umana credulità di tanti genitori non "avveduti e informati" di cercare la migliore terapia possibile per il proprio figlio. Come salvare i giovani genitori, dall’insidia delle sirene che promettono di guarire, di recuperare, di normalizzare i bambini autistici? Ancora più forte è il richiamo se è fatto da genitori che mostrano i loro figli come prove di efficacia. Quanto più sono grandi i miracoli promessi, tanto più i genitori sono attratti da questi ciarlatani.




Ultima modifica di Giuseppe Felaco il Gio Lug 01, 2010 2:01 pm - modificato 1 volta.

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Messaggio Da mborghese Mer Giu 30, 2010 9:56 pm

Ricordando innanzitutto a me stesso che nel mondo ci sono anche persone come questa (per fortuna!), copio e incollo, cancellando solo i nomi per motivi di privacy e segreto professionale, il testo di una mail che ho ricevuto pochi minuti fa. Una pillolina di buoni sentimenti e sana gratitudine, ogni tanto fa bene anche a noi operatori... ;-)

Buonasera Gent.mo Dott. Borghese, una volta tanto non Le scrivo per porLe qualche domanda ma solo per aggiornarla sulla terapia di mio figlio XXXX e, soprattutto, per ringraziarla. A distanza di due settimane dall'aver intensificato la terapia a Cernusco, e , soprattutto, avendo iniziato a seguire il Suo metodo in maniera radicale, quindi con l'alternanza di diverse terapiste,sto notando un grande miglioramento in mio figlio, dal punto di vista verbale con un inizio di COMUNICAZIONE SPONTANEA e dal punto di vista cognitivo. Anche io riesco ad avere a casa una maggiore collaborazione da parte di XXXX...: si siede al tavolino, mi guarda, ripete con me, siamo arrivati quasi a mezz'ora seduto e attento! Complimenti alle sue collaboratrici, gentilissime e preparate, vorrei fare una menzione "speciale" alla signora Maria Grazia che ha seguito XXXX oggi, nel breve colloquio successivo alla terapia ho avuto con lei uno scambio di opinioni utilissimo e umanamente coinvolgente. Che altro dire? So che la strada è lunga, so che la battaglia che stiamo combattendo è difficilissima, ma la ringrazio davvero con tutto il cuore. Cordialmente, XXXXX mamma di XXXX.
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Messaggio Da mborghese Ven Lug 02, 2010 10:17 am

Quanto scritto dal genitore di cui ho riportato la mail dimostra che -per fortuna- al mondo c'è anche gente che conosce la parola gratitudine e non solo i concetti di astio, rabbia e veleno. Nessuno, peraltro, chiede nè si illude di avere la luna pozzo (come pretestuosamente e provocatoriamente, nonchè monotonamente, ripetuto) ma vedere un proprio figlio rifiorire poco a poco, riaprirsi al mondo ed alla comunicazione, normalizzare progressivamente i comportamenti, interessa molto a un genitore, che comincia a gioire di questo, comprendendo le difficoltà sia sue che nostre nel cercare di far migliorare un bambino. E nessuno abbaia alla luna o vuole ficcarla in un pozzo...
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Messaggio Da Ospite Ven Lug 02, 2010 11:44 am

C'è chi se la canta e se la suona da solo.


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Messaggio Da mborghese Ven Lug 02, 2010 12:35 pm

E c'è chi delira sdoppiandosi anche i nomi.
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Messaggio Da Ospite Dom Lug 04, 2010 5:31 pm

SONO AUTISTICO MA, NON SONO UN POLLO!

A parere mio, l’ABA è la terapia riabilitativa per eccellenza. Sicuramente non ti guarisce ma potenzia al massimo quelle “capacità residue” (che spesso sono tantissime) che ti permettono di vivere una vita dignitosa. Certamente non è l’unico modello riabilitativo, ma sicuramente è il più standardizzato.
Dopo aver fatto questa premessa ritengo che gli unici specialisti che possano considerarsi tali nell’autismo sono:
1) Chi fa diagnosi: la NPI

2) Chi fa terapia: i riabilitatori e supervisor ABA.


(in questa malattia i medici fanno diagnosi ma non terapia)

POI, ci sono tu gli altri: psichiatri, oculisti, chirughi, ginecologi, urologi, foniatri; che sono solo un corollario, ma non particolarmente utili.

Divido l’autismo in cosa bisogna fare (diagnosi e terapia riabilitativa )
e in cosa puoi fare se vuoi e se ci credi (diete e altre diavolerie )

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Messaggio Da sabrina.sette1 Dom Lug 04, 2010 6:30 pm

sono insegnante di un bimboautistico ed autolesionista, non serve uno stipendio alto per dimostrare passione e professionalità, certo aiuterebbe per la vita privata e per l'autoaggiornamento, considerando che tanti corsi sono a pagamento! Sabrina

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Messaggio Da Maestra Gabriella Dom Lug 04, 2010 7:01 pm

America francesco ha scritto:SONO AUTISTICO MA, NON SONO UN POLLO!

A parere mio, l’ABA è la terapia riabilitativa per eccellenza. Sicuramente non ti guarisce ma potenzia al massimo quelle “capacità residue” (che spesso sono tantissime) che ti permettono di vivere una vita dignitosa. Certamente non è l’unico modello riabilitativo, ma sicuramente è il più standardizzato.
Dopo aver fatto questa premessa ritengo che gli unici specialisti che possano considerarsi tali nell’autismo sono:
1) Chi fa diagnosi: la NPI

2) Chi fa terapia: i riabilitatori e supervisor ABA.


(in questa malattia i medici fanno diagnosi ma non terapia)

POI, ci sono tu gli altri: psichiatri, oculisti, chirughi, ginecologi, urologi, foniatri; che sono solo un corollario, ma non particolarmente utili.

Divido l’autismo in cosa bisogna fare (diagnosi e terapia riabilitativa )
e in cosa puoi fare se vuoi e se ci credi (diete e altre diavolerie )


Allora signor America o Felaco (si scelga con quale nome vuole comparire nel forum ... glielo chiedo per la cortesia che ho sempre dimostrato verso di lei , ma che non vede minimamente ricambiata, anzi! ).

IO a scuola , seguo il TEACCH e (da settembre) inizieremo con la CAA .
Non credo che si possa A PRIORI dire che qualcosa sia meglio di un altro ... così ... senza portare PROVE OGGETTIVE che ciò che lei dice sia veritiero!

Leggendo nei vari forum dove si discute ed anche con toni forti sulle varie terapie , ho trovato genitori soddisfatti dell'ABA, altri del TEACCH, altri del DAN , altri della terapia del dottor Borghese ... e si potrebbe andare avanti a dismisura.

Un po' , per fare un paragone scolastico , si ha con i fautori delle varie metodologie per l'acquisizione della letto-scrittura: c'è chi decanta le lodi del fonematico, chi del Globale, chi del metodo LESF ...

Oppure c'è chi va dal medico e chi si cura con l'omeopatia ...
MA IO DICO : SE , DOPO AVER SCELTO LIBERAMENTE , TROVANO DEI VANTAGGI E SI SENTONO MEGLIO ... CHI PUò DENIGRARE O CRITICARE LA LORO SCELTA?


La esorto a moderare i toni e gli attacchi che rivolge SEMPRE al dottor Borghese . Se ha delle argomentazioni le porti , ma senza accusare (come ha ripetutamente fatto) se non riporta scritti, testimonianze e quant'altro che possa documentare ciò che afferma.

Il dottor Borghese porta avanti la sua "filosofia" di vedute e il suo "credo" ... ma sempre in toni pacati e non rammento un post dove dinegra le altre terapie .
Se mi sbaglio, mi corregga.

Grazie,
Gabriella
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Messaggio Da Ospite Dom Lug 04, 2010 8:18 pm

Carissima,
maestra Gabriella perché mi vuole confondere con il sig. Felaco?

Per quanto riguarda il Dott.Borghese:
mi può indicare il post dove ho citato il suo nome?

Per le terapie:
si è mai chiesto il perchè di tante terapie per la stessa malattia?

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Messaggio Da Maestra Gabriella Dom Lug 04, 2010 8:45 pm

America francesco ha scritto:Carissima,
maestra Gabriella perché mi vuole confondere con il sig. Felaco?

Per quanto riguarda il Dott.Borghese:
mi può indicare il post dove ho citato il suo nome?

Per le terapie:
si è mai chiesto il perchè di tante terapie per la stessa malattia?


per il modus operandi ??? Rolling Eyes

Io spero, vivamente che non sia la stessa persona ... perchè ciò significherebbe che avrebbe RISPETTO per chi ha voluto creare un forum senza nessun scopo di lucro, ma con il solo obiettivo di creare una rete di mutuo aiuto in primis per gli insegnanti .


Per quanto concerne i riferimenti al dottor Borghese sono "velate" ma facilmente individuabili (soprattutto nell'assunto che lei e Felaco siate la stessa persona ... ).


è vero ci sono tante terapie : Striscia la Notizia docet .
Tanti santoni continuano a gridare di poter guarire dal cancro e gente disperata accorre in massa, in una sorta di pellegrinaggio della speranza.
Non sono una sprovveduta da non capire che anche nell'autismo ci possano essere "santoni" del genere...

La differenza per me la fanno i genitori.

Quando ci sono genitori che dicono che con uno dei vari metodi (dan, Montinari, Borghese, Aba, teacch, Floortime ecc ecc ) hanno avuto dei miglioramenti , perchè non dovrei credergli?
IO posso pensare "a me sembra un metodo per nulla scientifico (tipo seguire un determinato tipo di dieta)" ... ma se vi è un SOLO bambino che ne ha provato giovamento, perchè denigrare ciò ?

Le faccio un esempio :
Mio marito ha spesso l'emicrania, qualsiasi medicina prenda non gli fa effetto ... ma se prende la Novalgina, dopo solo 5 minuti si sente già benissimo !
Anche se io continuo a pensare che non sia la Novalgina a fargli bene , ma è tutto nella sua psiche ... siccome si sente bene , continuo a fargli prendere la Novalgina.

Cosa voglio dire?

Personalmente ci sono diverse terapie sull'autismo ( di cui ho letto qualcosa ) che non mi convincono ... ma quando leggo ad esempio su alcuni forum o su Facebook , le parole di genitori contenti per come il figlio risponde alle terapie, sui progressi che compie ... tutto ciò che penso passa in secondo piano e l'unica cosa che faccio è rallegrarmi di ciò !

Non mi piace chi afferma categoricamente che SOLO un tipo di APPROCCIO/TERAPIA sia quella giusta e tutto il resto è da gettare alle ortiche ( e lo fa senza portare link, riferimenti teorici di ciò ), perchè questo significherebbe che tante persone (compresa me) hanno ottenuto dei risultati (nel mio caso nel campo dell'apprendimento) per caso o per fortuna .
Invece le posso affermare che , ad esempio, nel mio caso ciò è frutto di studio , di tante letture , di molta osservazione e di una ricerca di sinergie operative tra scuola-famiglia e centro riabilitativo.


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Messaggio Da Sumat Dom Lug 04, 2010 10:09 pm

Purtroppo, e aggiungerei paradossalmente, esiste una vera e propria "guerra" tra genitori sull'argomento autismo, oltre che a criticarsi reciprocamente, arrivano a giudicarsi in funzione delle terapie seguite. Io mi rifiutavo di crederci ma basta leggere qua e là diversi forum e post: ti trovi davanti uno scenario surreale. SE osi poi dire la tua, perchè hai provato, perchè hai sperimentato, perchè ritieni che potrebbe funzionare ecc. ecc. rischi di essere etichettata come l'amante di ... assurdo ma capita anche questo. Non esiste UNA soluzione, UN metodo, UN approccio ecc. ecc. indiscutibile, perfetto e valido per ogni bambino... Ogni famiglia in funzione del proprio figlio scelga, LAVORI e si impegni affinchè il proprio figlio acquisti la massima autonomia possibile. Scusate per la franchezza ma ...basta perder tempo a seguire mode, a denigrare la professionalità di operatori, a contestare metodi non speriementati. I bambini in generale meritano PIU' RISPETTO E PIU' IMPEGNO. Quanto tempo perso!
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Messaggio Da Ospite Lun Lug 05, 2010 9:46 am

America francesco ha scritto:
SONO AUTISTICO MA, NON SONO UN POLLO!

A parere mio, l’ABA è la terapia riabilitativa per eccellenza. Sicuramente non ti guarisce ma potenzia al massimo quelle “capacità residue” (che spesso sono tantissime) che ti permettono di vivere una vita dignitosa. Certamente non è l’unico modello riabilitativo, ma sicuramente è il più standardizzato.
Dopo aver fatto questa premessa ritengo che gli unici specialisti che possano considerarsi tali nell’autismo sono:
1) Chi fa diagnosi: la NPI

2) Chi fa terapia: i riabilitatori e supervisor ABA.

(in questa malattia i medici fanno diagnosi ma non terapia)

POI, ci sono tu gli altri: psichiatri, oculisti, chirughi, ginecologi, urologi, foniatri; che sono solo un corollario, ma non particolarmente utili.

Divido l’autismo in cosa bisogna fare (diagnosi e terapia riabilitativa )
e in cosa puoi fare se vuoi e se ci credi (diete e altre diavolerie )
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Bravo, sign. America ha proprio centrato il problema. Mi fa piacere che anché Lei è una voce fuori dal coro, perche qua c'è chi se la canta e se la suona.

Riflessioni di un genitore sull'autismo - Pagina 2 16376011



Ultima modifica di Giuseppe Felaco il Lun Lug 05, 2010 4:53 pm - modificato 1 volta.

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Messaggio Da sabrina Lun Lug 05, 2010 10:09 am

Io , come Sumat e Gabriella, non riesco a capire tutto questo odio che circola tra voi genitori nei vari forum sull'autismo.

Bollate le persone per incapaci, ignoranti o le denigrate perchè scelgono una terapia invece che un'altra ...

Ma io dico , e mi allineo sulla scia di pensiero di Gabriella, "NON SI POTREBBE RISPETTARE LA SCELTA FATTA DAI GENITORI ? SE LORO TROVANO DEI MIGLIORAMENTI CON UN DETERMINATO METODO (+ O - scientifico che sia) NON STA A NOI GIUDICARLI ".

Poi siamo tutti liberi di scegliere le cure più o meno costose che vogliamo : mio padre lo portiamo ad un cardiologo che per la visita si prende 200 euro ... ma è una scelta nostra , in quanto ci sono specialisti che si prendono di meno ...

RIPORTIAMO LA DISCUSSIONE SUI BINARI DI RECIPROCO RISPETTO .

E a questo punto mi sorge una domanda , fatta già in precedenza, ma a cui lei Felaco non ha mai risposto : ma quest'astio verso specialisti che non siano legati all'ABA e verso gli insegnanti di sostegno da dove arriva ? Ci fornisca delle risposte ... altrimenti si rischia di vedere in lei uno dei tanti "esaltati" di cui parlavo ad inizio post.
ed è un peccato ... perchè avere delle testimonianze dirette dei genitori è importante!
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Messaggio Da Maestra Gabriella Lun Lug 05, 2010 10:11 am

Giuseppe Felaco ha scritto:

Bravo, sign. America ha proprio centrato il problema. Mi fa piacere che anché Lei è una voce fuori dal coro, perche qua c'è chi se la canta e se la suona.



invece di alimentare polemiche sterili ... risponda ai messaggi articolando il suo pensiero

E se proprio vogliamo dirla tutta ... c'è chis e la canta, chi la suona e chi elude costantemente le domande degli utenti o i consigli degli amministratori del forum.
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Messaggio Da Ospite Lun Lug 05, 2010 1:07 pm

Ha ragione la maestra Gabriella quando dice che ripeto troppo spesso le stesse cose e di averle dette in tutte le salse anche con copia/incolla. Mi sono illuso di poter cambiare quello che è , in quello che dovrebbe essere. Non me ne volete se ho osato chiedervi più di quanto già date. Non è colpa vostra. Certe cose per capirle bisogna viverle. Vorrei però affermare che non mi va di passare da vittima a carnefice.

Vi prego di scusarmi.[/i]

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Ultima modifica di Giuseppe Felaco il Mar Lug 06, 2010 11:16 am - modificato 2 volte.

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Messaggio Da Sumat Lun Lug 05, 2010 8:21 pm

Gabriella, scusami, vai oltre ... non siamo al suo livello Wink non ce la possiamo fare Very Happy
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Messaggio Da Maestra Gabriella Lun Lug 05, 2010 10:39 pm

Sumat ha scritto:Gabriella, scusami, vai oltre ... non siamo al suo livello Wink non ce la possiamo fare Very Happy


hai ragione ... io ci provo ad un dibattito costruttivo , ma con ALCUNI è davvero impossibile : vogliono dire al loro, ma non SANNO e Né VOGLIONO ascoltare ! Rolling Eyes Rolling Eyes

ed aggiungo : non sono da OFFESE GRATUITE come lui ...
in questo ha pienamente ragione ... non sonoa l suo livello !Very Happy
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