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quando non c'è l'insegnante di sostegno?

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Messaggio Da lully1977 il Ven Gen 15, 2010 4:50 pm

Ciao a tutti gli amici del forum,
a scuola mi si è posto un problema e non so come rispondere...quando io termino il mio orario scolastico il bimbo può restare a scuola senza assistenza? si tratta di un bimbo con problemi psicofisici che non cammina e nell'affrontare il lavoro ha bisogno di essere costantemente seguito...siccome qualche volta è capitato che i genitori venissero a prenderlo con molto ritardo le colleghe hanno avuto difficoltà a gestire la classe e seguire lui....grazie a tutti e buon lavoro

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quando non c'è l'insegnante di sostegno? Empty Re: quando non c'è l'insegnante di sostegno?

Messaggio Da Ospite il Sab Gen 16, 2010 7:13 pm

A lavorare per l'integrazione quando l'insegnante di sostegno non è in classe, dev'essere quello curricolare. Infatti, la responsabilità dell'integrazione dell'alunno in situazione di handicap e dell'azione educativa svolta nei suoi confronti è, al medesimo titolo, dell'insegnante di sostegno, degli altri docenti di classe e della comunità scolastica nel suo insieme. Ciò significa che non si deve mai delegare al solo insegnante di sostegno l'attuazione del cosiddetto "Progetto Educativo Individualizzato" (PEI), poiché in tal modo l'alunno verrebbe isolato anziché integrato nel contesto della classe.
Tutti i docenti, quindi, devono farsi carico della programmazione, dell'attuazione e della verifica degli interventi didattico-educativi previsti dal Piano Individualizzato e spetta a loro - in accordo con l'insegnante di sostegno - realizzare quel progetto, anche quando quest'ultimo insegnante non sia presente in aula. Ciò per evitare i "tempi vuoti" che purtroppo spesso si verificano nella vita scolastica degli alunni portatori di handicap, travisando così il principio stesso dell'integrazione che è quello di fare agire il più possibile il soggetto insieme ai suoi compagni di classe.


Per quanto poi riguarda l'intervento dell'insegnante di sostegno, il suo obiettivo preminente dovrebbe essere quello della socializzazione, superando attività educative di tipo "1:1" con il ragazzo - ciò che lo "isola" dal gruppo classe" - e puntando invece a facilitare/assistere il minore affinché egli stia autonomamente in classe, rispettoso delle regole "del gruppo". In questa prospettiva tale supporto scolastico tenderà per sua natura a ridursi progressivamente, via via che il ragazzo acquisirà un certo grado di autonomia in classe. Solo in questo modo, infatti, egli potrà essere realmente inserito e acquisire gradualmente la capacità di stare in classe e di relazionarsi a insegnanti e compagni autonomamente, indipendentemente dalla presenza del personale di supporto. Risulta pertanto indispensabile che il rapporto "1:1" sia per lo più a casa e nel corso del setting riabilitativo, per "conquistare" nel più breve tempo possibile un certo grado di autonomia, eseguendo le istruzioni date dai docenti curricolari, oltre che seguendo le regole sociali e le routine della classe.
Nello specifico caso dei ragazzi con DPS (Disturbi Pervasivi dello Sviluppo), l'interazione tra loro e i compagni "tipici" non e fluida, come normalmente accade tra coetanei: il ragazzo con DPS, infatti, non capisce bene come interagire con un coetaneo e, d'altra parte, un ragazzo "tipico" può trovare laborioso interagire con il suo amico "speciale". Laddove, poi, a questa difficoltà di interazione insita nella natura stessa del disturbo, si aggiunga l'interferenza di comportamenti disadattivi che possono rendere il ragazzo affetto da DPS "diverso" agli occhi dei suoi coetanei, si crea solitamente una "barriera" che impedisce ai coetanei stessi di relazionarsi con lui. Ciò nonostante, tali relazioni sono assolutamente vitali per lo sviluppo emozionale di un ragazzo affetto da tale patologia.

Sicuramente, dunque, il principale obiettivo che si deve perseguire nell'inserimento scolastico di un ragazzo con questo tipo di disabilità, è proprio quello di introdurlo in un contesto di coetanei con i quali non può fare a meno di avere scambi socio-comunicativi. Ed è così che la scuola può realmente diventare la "palestra privilegiata" della sua capacità di relazionarsi con gli altri. Senza dimenticare, per altro, che, come enfatizzato dalla più recente letteratura, spesso un ragazzo con Disturbi Pervasivi dello Sviluppo, quando manifesta comportamenti disadattivi ad alta frequenza, finisce per essere "isolato dal gruppo" che si limita a "prendersi cura di lui", ma non lo coinvolge in attività che sono fondamentali per la crescita emozionale di qualunque persona (feste, occasioni di incontro ecc.).

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Messaggio Da lully1977 il Dom Gen 17, 2010 12:15 pm

Grazie per la risposta...non è un problema di integrazione perchè le mie colleghe sono collaborative e veramente vogliono integrare il bimbo ma ci sono delle difficoltà oggettive, il bambino ha bisogno di assistenza fisica e si parla di scuola dell'infanzia, se la maestra lo accompagna in bagno gli altri 24 bambini chi li guarda? Poi le attività proposte agli altri bimbi non sono adatte a lui...

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Messaggio Da chica il Dom Gen 17, 2010 1:04 pm

L'assistenza e l'accompagnamento al bagno non sono compito dell'insegnante. Per quanto riguarda la questione dei compiti...insieme alle insegnanti di classe prepara dlle attività che possa fare anche lui...un pò di sforzo da parte di tutti non fa mai mle. Come si sforzano di segire 24 bambini ppossono seguirne anche un altro...la loro classe del resto è di 25 non di 24!

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Messaggio Da Ospite il Dom Gen 17, 2010 7:14 pm

COPIO-INCOLLO DAL SITO DI AUTISMO TRIVENETO


INTEGRAZIONE REALE PER UN RAGAZZO CON AUTISMO
di Donatella Festi Toniatti
Insegnante Scuola Media Barbarani, S.Martino B.A. VR


PRESENTAZIONE

Sono un’insegnante di lettere di scuola media e ho condotto una sperimentazione durata tre anni, finanziata dal Provveditorato agli Studi di Verona e presentata quale esperienza nel Centro di Formazione Docenti e Documentazione per I’Handicap dello stesso Provveditorato. Questo lavoro è stato anche oggetto di una tesi.

Essa riguarda l’integrazione in classe di un ragazzo con problemi di autismo, che chiamerò Luigi per comprensibili motivi di riservatezza.

Egli durante la prima media non era mai entrato in classe con i compagni perché non era in grado di rapportarsi con loro, non si controllava nei gesti e nel linguaggio.Si copriva gli occhi costantemente con entrambe le mani. Ha trascorso quindi il primo anno di scuola con due insegnanti di sostegno e l’assistente dell’USL in un’aula, peraltro accogliente, riservata anche ad altri due ragazzi portatori di handicap.

Nei primi mesi della seconda media ho cercato di integrarlo nella classe; all’inizio la sua presenza era di qualche minuto durante le mie ore, poi sempre di più; dopo due anni rimaneva per tutta la mattinata con i compagni.

L’obiettivo era stato raggiunto!


PERCORSO REALIZZATO

Mi chiedevo come si potessero risolvere i problemi di relazione di un ragazzo isolandolo dai compagni e inoltre come si sentisse lui, Luigi, un ragazzo di 12 anni sempre con gli stessi adulti, anche durante la ricreazione. Ne parlai con i miei alunni invitandoli a mettersi nei panni del compagno.

Concludemmo che, se avessimo concentrato tutti su di lui le nostre forze e la nostra attenzione ( eravamo in 25), gli avremmo trasmesso una grande energia. Bastavano pochi minuti per ciascuno al giorno e forse la barriera che ci separava sarebbe crollata.

Sapevo che la loro sensibilità e il loro entusiasmo mi avrebbero rassicurata nel tentare un progetto ambizioso; era importante che fosse costantemente motivante per i ragazzi, che li maturasse personalmente, che allo stesso tempo realizzasse le abilità richieste dall’insegnamento della lingua italiana e quelle trasversali alle varie discipline.

E così, per ancorarlo a solide basi, lo articolai su più piani, conducendolo dapprima con la collaborazione dell’assistente dell’USL, della Preside, poi del dott. Goran Dzingalasevic e della dott. Thiella, neuropsichiatra, e in seguito di qualche collega.

Il mezzo con cui ho realizzato l’integrazione sono stati i compagni stessi, che sono divenuti per lui TUTORS, insegnanti e amici, modelli di comportamento e fonte di conoscenze. Un compagno, attraverso le tappe che illustrerò, si metteva a disposizione di Luigi a turno e secondo l’ordine alfabetico. Per un’ora si estraniava dalla lezione (sulla quale poi sarebbe stato aggiornato) in modo da seguire solo Luigi.

Rispettando una serie di riti, lo gestiva e gli sottoponeva un’UNITA’ DIDATTICA, composta di alcune pagine che aveva preparato a casa ed era il frutto della sua riflessione, delle conversazioni in classe, ma anche della rielaborazione personale di alcuni contenuti appresi a scuola e tradotti in un linguaggio comprensibile per Luigi.


IL PROGETTO PREVEDEVA

la FORMAZIONE degli alunni attraverso:

CONVERSAZIONI in classe

ANALISI DI TESTI in prosa e in poesia relativi:

· alla conoscenza di se’

· alla conoscenza degli altri

· all’originalità della persona

· all’impegno personale nella vita


COMMENTO Dl FILM E DOCUMENTARI


INCONTRI CON ESPERTI (Dott.Goran Dzingalasevic – Dott.Thiella)


SCAMBI Dl IDEE CON I PRESIDI che si sono succeduti.


L’lNFORMAZIONE DEI GENITORI durante i consigli di classe:

cercavo di spiegare che l’integrazione del compagno non rappresentava una perdita di tempo, ma una ricchezza, che ciò’ che i compagni davano a Luigi era niente rispetto a ciò che avrebbero avuto in cambio.Documentavo questo con le riflessioni dei ragazzi raccolte durante la mia lunga esperienza nella scuola.


Il COINVOLGIMENTO dei colleghi


Un nuovo rapporto con l’OPERATORE USL che aveva stabilito una costruttiva collaborazione con la classe e che per la sua formazione personale era ritenuta dagli alunni dispensatrice di buoni consigli e di indicazioni nello studio.

Era importante che ogni aspetto fosse oggetto di particolare attenzione, altrimenti il lavoro sarebbe stato rallentato.Occorreva suonare insieme tutti questi strumenti perché ne uscisse una musica armoniosa!

IL COMPAGNO TUTOR ACCANTO A LUIGI


Il compagno tutor lo accoglieva e lo guidava per un’ora nel lavoro dell’unità didattica

Era importante ripetere le situazioni già proposte per non disorientare Luigi.

Esempio:

IL RITO DELL’ACCOGLIENZA

Quando bussava alla porta – il compagno di turno e io gli andavamo in contro sorridendo lo salutavamo, gli stringevamo la mano, lo accompagnavamo al posto.

Il compagno – lo aiutava a disporre il materiale

gli presentava il lavoro sorpresa

iniziava a lavorare con lui

Io dalla cattedra – lo rassicuravo

lo elogiavo nell’impegno

gli promettevo un buon giudizio

Terminavo la lezione qualche minuto prima

Osservavo il suo compagno

Lodavo il compagno per l’impegno ( lui ringraziava il compagno )


VANTAGGI PER GLI ALUNNI

in relazione ai lavori svolti per l’integrazione di Luigi

Ciò che motivava i ragazzi era l’idea che ogni lavoro eseguito avesse una sua valenza e venisse utilizzato con diverse finalità.

Non veniva archiviato negli armadi della scuola e non serviva solo per la valutazione, ma arricchiva il progetto della classe.

Alcuni compiti erano diretti, sottoforma di lettera o di relazione, all’esperto, altri al preside, altri erano importanti ai fini dell’osservazione di Luigi.

Ogni alunno aveva qualcosa di importante da dire affinché il suo messaggio fosse chiaro comprensibile e utile ; in questo modo migliorava anche la forma espositiva.

L’alunno vedeva lo studio applicato ed era gratificato del suo lavoro.

Ricercava l’ordine, che era utile ai fini del risultato, cercava di riflettere bene su ciò che voleva comunicare per semplificare i Contenuti e renderli di facile approccio.

Si abituava a: studiare un problema

a ricercare significati nei testi

a collaborare in un progetto comune

a valorizzare i lavori degli altri compagni

Rinforzava le abilità legate alle varie discipline e migliorava l’auto valutazione.

Venivano valorizzate tutte le doti di un alunno e, mentre la scuola premia di solito i successi nell’italiano, nella matematica, cioè nelle materie di studio,

qui emergono altri aspetti della persona :


· La disponibilità

· La sensibilità

· La fantasia

· La volontà

· Il carattere

· Il senso pratico

· La capacità di comunicare

e

La capacità di organizzarsi

· La gestualità.

comunicare organizzarsi

Ciò serve per l’auto orientamento e accresce l’ autostima, inoltre ridistribuisce le posizioni di valore in classe degli alunni.

L’autocontrollo del singolo e di tutta la classe vengono migliorate perché c’è consapevolezza che L. lavora bene in un ambiente silenzioso

CONCLUSIONE


Quella che ho presentato non è l’unica esperienza di integrazione, ma è quella a cui ho dato maggiore sistematicità e della quale ho archiviato un’utile documentazione che potrà illustrare a coloro che desiderano trovare conferma, attraverso la testimonianza degli alunni, di come l’integrazione di un ragazzo disabile corra parallela alla maturazione dei compagni e rappresenti una ricchezza per tutti quelli che in qualche modo vi contribuiscano.

Recapito: Prof.Donatella Toniatti Festi – insegnante Scuola Media B. Barbarani – Via Emaudi n.11

37036 S.Martino B.A.(Vr)

tel.045-990149

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Messaggio Da lully1977 il Lun Gen 18, 2010 3:20 pm

grazie
per Giuseppe:ho già letto quest'esperienza, ripeto che non è un caso di autismo e non è un ragazzo ma un bambino

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Messaggio Da Sumat il Lun Gen 18, 2010 10:07 pm

Ciao Lully, perchè non ha un'assistente educatrice? La neuropsichiatria non vede le difficoltà? Cosa dice? I genitori? Dove sono tutti? Ciao.
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Messaggio Da Ospite il Lun Gen 18, 2010 10:44 pm

Essere insegnante è un partecipare al processo di integrazione di tutti gli alunni, anche di quelli certificati, definiti via via portatori di handicap, handicappati, alunni in situazione di handicap, disabili, diversamente abili, diversabili. Tutti conosciamo l’importanza delle parole “ le parole possono essere pietre “ tutti sappiamo come le parole descrivono dettagliatamente una realtà, ma possano anche concorrere a darle forma: significa, parlare di integrazione piuttosto che di inserimento? L’opzione “persona disabile “, ad esempio, richiama costruttivamente alla valorizzazione e alla costruzione di abilità. L’inserimento dei disabili a scuola se si guarda con interesse professionale è di seguire da “molto vicino” l’alunno, è un’azione complementare al gestire una classe: se questa contribuisce a variare la diversità in “normalità”. La prossimità al singolo permette di cogliere le modalità di apprendimento e le loro problematiche. Nella fase iniziale i ragazzi venivano inseriti solo là dove gli insegnanti erano disponibili, mentre ora è “normale” l’inserimento, ma sono ancora pochi a condividerne la responsabilità, questo è il dato culturale e sociale di oggi.
Oggi molti insegnati preferiscono vivere la vita come le pecore. Certo, il ruolo di pecore non dovrebbe allettare gran che, se teniamo presente, come ci ricorda Dante, che sono animali senza personalità e senza identità.
Come le pecorelle escon dal chiuso, a una, a due, a tre, e l’altre stanno timidette atterrando l’occhio e ‘l muso; e ciò che fa la prima, e l’altre fanno, addossandosi a lei, s’ella s’arresta, semplici e quete, e lo ‘mperchè non sanno…
Credere in se stessi e nelle proprie capacità non è solo importante, ma è necessario. La fiducia permette di conseguire ciò che la mente umana può concepire e credere. La fiducia in se stessi è uno stato mentale che va coltivato giorno dopo giorno, con perseveranza, mescolando il pensiero con la e terminazione del proposito e dello scopo, semmai ne abbiamo uno. Conoscere se stessi, rimane dunque la più grande delle conquiste e almeno una cosa è certa, nessuno può farlo al posto nostro.

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Messaggio Da Sumat il Mar Gen 19, 2010 12:13 am

Sig. Felaco, questo è un forum di insegnanti di sostegno (abilitate e non) quindi a lei è chiaro con chi si sta rapportando. Visti i numerosi interventi e consigli elargiti (per la verità spesso ripetitivi e fuori luogo) da semplice utente le chiedo: "Lei che parla e filosofeggia così bene riguardo all'integrazione, alla collaborazione ... non le sembra quanto meno corretto e rispettoso nei nostri confronti, informarci sulla professione che svolge?". Ovviamente non mi riferisco al ruolo genitoriale (molte di noi sono genitori, figlie, sorelle, ecc. parlo di professione) o all'ennesimo coppia incolla. Grazie.
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Messaggio Da Ospite il Mer Gen 20, 2010 8:11 am

Io non sono bravo e tantomeno voglio esserlo, la mia continua ricerca è di un genitore che vuole avvicinare i propri figli alla normalità. Spesso, sento la voglia di gridarlo al mondo intero, a uomini e donne che si definiscono tali. A me non serve il consenso.
Quello che dobbiamo fare, è incominciare col desiderio di andare l'uno verso l'altro, per costruire. Il lavoro di tutti deve consistere essenzialmente, nel fare, nell'operare. Non possiamo indicare sempre quello che devono fare gli altri, ignorando quello che potremmo fare noi. Non si può sempre cercare il caso limite, per giustificare la nostra inefficienza. Non si può prolungare all'infinito una discussione; si deve andare oltre, provare, lavorare, fare. Dobbiamo tutti , al di là delle imposizioni legislative, dei doveri istituzionali, degli obblighi da rispettare, avere il coraggio di scendere in campo e giocare la partita, non possiamo solo sempre commentare. Lasciamoci dietro, almeno una volta ogni tanto, la paura di sbagliare, il senso dell'inadeguatezza, il giogo della "responsabilità". Usiamo questi spazi per verificare la nostra capacità e la giustezza degli interventi che stiamo improntando, palesiamo le nostre difficoltà, chiediamo il confronto, diamoci aiuto per superare le asperità che incontriamo, le esperienze ed i vissuti degli altri possono aprire nuove vie e contribuire alla risoluzione delle nostre difficoltà, facciamo che non siano definiti eroici comportamenti, ma quotidiana vita di routin.

Cordialità, Giuseppe Felaco

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Messaggio Da Sumat il Mer Gen 20, 2010 8:29 am

Buongiorno, il "confronto" è fatto anche di domande e di RISPOSTE che lei schiva, purtroppo, ma evidentemente avrà le sue buone ragioni.
Riprendo alcuni passi per porle nuove domande (alle quali sicuramente non avrò una risposta, ma poichè lei mi insegna che la tenacia è importante...):

"...un genitore che vuole avvicinare i propri figli alla normalità". Quale normalità?

"A me non serve il consenso"
E' sicuro che non le serva il consenso? Di chi? E perchè non le serve?

"A me non serve il consenso.
Quello che dobbiamo fare, è incominciare col desiderio di andare l'uno verso l'altro, per costruire..."
Se non le serve il consenso significa che non lo cerca e quindi non cerca il confronto, però sostiene che è importante andare l'uno verso l'altro..."
Non le sembra incoerente ciò che ha scritto?

Cordialità.
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Messaggio Da Ospite il Mer Gen 20, 2010 11:04 am

"...un genitore che vuole avvicinare i propri figli alla normalità". Quale normalità? = meno disabilità

"A me non serve il consenso"
E' sicuro che non le serva il consenso? Di chi? E perchè non le serve? = non devo vendere niente ne accreditare la mia persona.

"A me non serve il consenso.
Quello che dobbiamo fare, è incominciare col desiderio di andare l'uno verso l'altro, per costruire..."
Se non le serve il consenso significa che non lo cerca e quindi non cerca il confronto, però sostiene che è importante andare l'uno verso l'altro..."
Non le sembra incoerente ciò che ha scritto?

Scrivo le mie idee per far mettere dei dubbi alle mie certezze.

Come disse Socrate: Allora capii, che veramente io ero il più sapiente perché ero l'unico a sapere di non sapere, a sapere di essere ignorante.

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Messaggio Da lully1977 il Gio Gen 21, 2010 6:36 pm

Ciao Sumat, non c'è l'educatrice perchè hanno preferito metterla nei giorni in cui io non sono presente dato che sono in servizio nell'altro plesso...tutto nasce da questi tagli, io sto su due bimbi entrambi hanno la certificazione per avere 25 ore di sostegno,ognuno dovrebbe avere la sua insegnante più l'educatore di pomeriggio, visto che è un loro diritto frequentare anche di pomeriggio; invece ci sono solo io e mi divido: che situazione triste!

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Messaggio Da enea il Ven Gen 29, 2010 5:50 pm

quest'anno, ho avuto per la prima volta l'incarico sul sotegno nella scuola primaria. UNA BELLA ESPERIENZA, PERSONE PREPARATE, MA ANCHE TALVOLTA RAZZISTE. IN PARTICOLARE VORREI RACCONTARE IL MIO CASO. SEGUO UN ALUNNO DOLCISSIMO CON UN GRAVE RITARDO MENTALE. HO PREPARATO PER LUI UN P.E.I. CON OBIETTIVI PERONALIZZATI. VI CHIEDO: QUANDO NON SONO PRESENTE IN CLASSE, L'INSEGNANTE DI CLASSE, NON DOVREBBE CONTINUARE SEGUENDO QUEL P.E.I.?
HO SCOPERTO CHE, NONOSTANTE IL RAGAZZO ABBIA PROBLEMI, E' STATO VALUTATO DALLA MIA COLLEGA, SENZA CONSULTARMI, (HA SCRUTINATO GIA', ANCHE SE UFFICILAMENTE INIZIANO TRA 15 GG.), COME TUTTI GLI ALTRI ALUNNI E LO HA PREMIATO CON TANTI 5, ANZI TUTTI 5; CHE DOVREI FARE A QUESTO PUNTO? SOS
UNA COLLEGA BRAVA ED ESPERTA, MI HA PARLATO DI UNA PROGRAMMAZIONE DA PRESENTARE DA PRESENTARE, MENTRE IO PENSAVO CHE IL PEI BASTASSE. LEI MI HA CONSIGLIATO QUESTA COSA PER ARGINARE LA COLLEGA UNICA. SAPETE DI CHE TRATTA?
IN BREVE HO TANTA BUONA VOLONTA', MA MI SENTO TANTO MORTIFICATA INSIEME AL MIO BAMBINO
GRAZIE PER LE RISPOSTE
P.S. SPERO SIANO NUMEROSE E AVVALLATE DA NORMATIVE DA METTERE IN MOSTRA IN BACHECA ANCHE PER IL DIRIGENTE PILATO

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Messaggio Da daniela cappa il Mar Apr 27, 2010 2:57 pm

Mie care colleghe,
sono una docente di sostegno specializzata ma neofita e anch'io spesso ho difficoltà con colleghi ed ATA per far riconoscere il nostro ruolo.
Ad esempio, quando svolgo attività di gruppo fuori della classe e chiedo l'intervento degli ATA per l'accompagnamento in bagno di una disabile grave, mi sento rispondere che è un mio compito.
Ma non mi sembra che la normativa dica questo.
Voi cosa pensate a questo proposito? Very Happy
daniela

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Messaggio Da gnegne il Mer Apr 28, 2010 7:14 am

Ciao Daniela!
Penso sia nostro compito farci valere, ribadire il nostro ruolo!Ho fatto l'insegnante di sostegno con due alunni purtroppo molto gravi, ero alle prime esperienze (appena abilitata con la laurea) e non ero abilitata al sostegno (ora mi sto abilitando)e l'incarico durava alcuni mesi.
In effetti mi ritrovo con la tua esperienza...se chiedevo un aiuto mi veniva negato, in compenso però gli aiuti venivano chiesti a me, dato che secondo le colleghe, non facevo nulla: tu che puoi, tu che hai solo lui...ALLA FACCIA DELL'INTEGRAZIONE POI!!!Loro non potevano tenere il bambino senza la mia presenza (così dicevano loro), neanche brevi periodi di tempo, neanche pochi minuti!!!!Poi però io dovevo gestire anche per periodi di tre quarti d'ora l'intera classe , più il bambino disabile. E' tutta una contraddizione!Ripeto, dobbiamo imparare a farci valere!! Very Happy non è facile quando si trova colleghe/ghi altezzose/i e con poco rispetto verso il prossimo.

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